TOUR DE PEDERNALES: Primero dia

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Situata nella zona sud-ovest della Repubblica Dominicana, la regione di Pedernales dista pochi minuti dal confine con Haiti, il secondo paese ospite della grande isola di Hispaniola.
Un lungo viaggio ci aspetta, ore ed ore di auto da Bayahibe passando per Santo Domingo, Barahona, Banì ed Azua; due giorni intensi per tuffarci a capofitto nella VERA vita dominicana, là dove di turisti se ne vedono pochi…anzi, pochissimi!
Sono le 6.30 della mattina e in compagnia di Joel, fotografo, guida ed autista d’eccezione, accendiamo i motori della nostra Citroen, affittata per circa 50 dollari.
Dopo poco più di un’ora, passato il casello autostradale e pagati i pochi dollari necessari (qui, a differenza dell’Italia, si paga all’entrata) facciamo la prima sosta a quello che potremmo definire un autogrill. Per sentirci un po’ più dominicani optiamo anche noi per una colazione tipica: purè di patate, formaggio fritto e avocado…una buona dose di energia, un po’ complessa da digerire!!

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Non c’è tempo da perdere e così, con lo stomaco pieno ci rimettiamo in marcia. La prima tappa è la capitale e non stentiamo ad accorgercene man mano che ci avviciniamo. La periferia di Santo Domingo ci si presenta come estremamente caotica, rumorosa, un accavallarsi di alti edifici grigiastri all’ombra dei quali sorgono bancarelle fatiscenti, casupole e negozietti improvvisati. Il traffico non è molto, essendo domenica mattina, ma l’aria è comunque colma di gas di scarico, odore di immondizia, sparsa un po’ ovunque, e nell’aria aleggiano già le note di qualche melodia latina, musica che diventerà poi il leitmotiv di tutta questa nostra avventura.

Ci dirigiamo verso l’area coloniale, dove sorgono gli edifici storici più celebri di Santo Domingo. Raggiungiamo a piedi Plaza de Espana. La piazza è vuota, non c’è anima viva (è troppo presto, ci spiega Joel), ma notiamo solo i resti della fiesta della sera precedente: bottiglie di Ron, di Cola, cartacce, avanzi di cibo…uno spettacolo poco piacevole e sicuramente un segno di poca manutenzione per un’aerea della ciudad vieja che certamente meriterebbe più attenzione. Qui in posizione centrale spicca imponente la statua di Santo Domingo, mitico fondatore nonché patrono della nazione mentre, sulla destra, troviamo l’ Alcazar de Colon, antica casa di Diego Colombo, un edificio massiccio ma non particolarmente alto, ad oggi sede di un museo.
Ritornando sui nostri passi visitiamo il Phanteon National, chiesa di modesta metratura contenente le spoglie dei maggiori militari e leader politici  della Repubblica Dominicana per poi proseguire con Plaza Colòn. Questa è una bella piazza verdeggiante, con panchine e vialetti, la cui maggior attrattiva è senz’altro la famosa statua di Cristoforo Colombo eretta nel 1887.
L’area è circondata da edifici pittoreschi, dal sapore antico, ad eccezione dell’Hard Rock Caffè, un must per ogni grande città del mondo. C’è un laboratorio di sigari, qualche negozietto e un vecchio bar, ad oggi piuttosto alla moda e per questo costoso; ci concediamo un buon caffè (spolverato di cannella?!) al banco del locale, dopo di che ci rimettiamo in marcia.

Man mano che maciniamo chilometri, il paesaggio muta davanti ai nostri occhi; prima la città, i vicoli brulicanti di persone, la merce esposta a casaccio in ogni dove e ancora camioncini per lo street food e bancarelle, poi all’improvviso il deserto; certo, non un vero e proprio Sahara, ma più proseguiamo più vediamo diradarsi la lussureggiante vegetazione tropicale; superati piccoli paesini dall’aspetto piuttosto spartano, ci ritroviamo circondati da rocce a strapiombo, sabbia e ciottoli. Non c’è un palma, nemmeno qualche cespuglio, solo noi, la strada e qualche cartello, bucherellato come una forma di Gruviera. Sì perché qua, ci racconta Joel, per alcuni simpatici “appassionato di tiro a segno” è normalità sparare alla segnaletica, esplodendo i colpi direttamente dall’auto in corsa…singolare ma vero!
La strada è dissestata, buche e dossi si susseguono a sorpresa e fondamentale è guidare con prudenza.

Guardandosi attorno e chiacchierando un po’ con il nostro amico dominicana il tempo passa e, superata Barahona, ci avviciniamo alla nostra prossima tappa, mentre la natura attorno a noi cambia nuovamente.
Caprette, vacche e galline ci rallentano la marcia e la mancanza di indicazioni non aiuta.
Chiediamo soccorso ai passanti, ognuno ci dice la sua ma tutti sembrano saperne qualcosa; c’è chi ci assicura che ormai siamo vicini – un chilometro e mezzo, al massimo – chi, concentratissimo, conta ben 4 chilometri e poi c’è il cartello stradale, presumibilmente attendibile, che di chilometri ne segnale addirittura 10!
Santo Domingo è ormai lontana, sono trascorse poco più di 3 ore e, seppur con qualche incertezza, arriviamo a San Raphael, un balneario aperto sul mare. Uno spettacolo che mai ci saremmo aspettati in cui il fiume, scendendo dalla montagna, forma tante cascatelle  che a loro volta creano piccole piscine naturali di acqua cristallina: tanto limpida quanto gelida. Un luogo in cui acqua dolce e acqua salata quasi si incontrano, in cui il fiume è separato dal mare solo da pochi metri di spiaggia argentata, circondata da rilievi ricoperti da un tappeto di fitta vegetazione.
Essendo un giorno festivo l’area è colma di gente; famiglie dominicane, bambini di ogni età e gruppi di amici accorsi a trascorrere la giornata al fresco tra risate, cibo e, ovviamente, Ron.

Decidiamo di pranzare qui, dopo un bel bagno rigenerante. Mangiamo pesce, riso e banane fritte, cucinate al momento in una bancarella lì accanto per meno di 20 euro in 3.  Beviamo cerveza fresca mentre attorno a noi tavoli festosi e musica alta ci coinvolgono in una tipica domenica locale.

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Purtroppo non abbiamo altro tempo per goderci questo angolo di paradiso, un altro tesoro domenicano ci aspetta e si chiama Playa Los Patos. Anche questo è un balneario, oggi piuttosto affollato, sulla foce del fiume; una grande piscina di acqua dolce, dal fondale ciottoloso, da cui si scorge il mare e la lunga spiaggia bianchissima. Attorno ad essa alte palme all’ombra delle quali riposarsi e pasteggiare.
Non ci era mai capitato di vedere nulla di simile e rimaniamo incantati di fronte a tutti questi colori che, accostandosi, creano un forte contrasto cromatico: stupefacente!
I bambini ci seguono ovunque, si improvvisano guide e, saltellando a piedi scalzi come caprioli sulle sponde scivolose che separano la playa dalla strade soprastante, ci fanno sentire un po’ ridicoli, imbranati e impacciati.
Li vediamo affascinati dalle nostre fotocamere, ci osservano e ci scrutano e per poco non litighiamo con un ragazzino che, senza autorizzazione, si era permesso di lavarci l’auto, ovviamente chiedendo soldi in cambio. Capiamo che qui tutti sono alla costante ricerca di denaro e la cosa importante è essere sempre chiari in modo da non ritrovarsi a dover pagare servizi a cui non si era interessati.

Ora, continuando verso ovest sulla Carretera 44, non ci resta altro che raggiungere Pedernales, dove trascorreremo la notte.
Arriviamo a destinazione che sono ormai le 17.30. Ci sistemiamo nell’Hostel Doña Chava, un piccolo albergo a gestione familiare composto da circa una ventina di camere. La struttura è estremamente spartana, nulla a che vedere con il Viva Dominicus a cui siamo abituati.
E’ questo il tipo di turismo a cui siamo interessati durante questa gita; un viaggio all’insegna della sostenibilità, del rispetto della cultura e della natura locale.
Mai avevamo dormito in un posto simile ma in fondo lo spirito dell’avventura consiste anche nel sapersi adattare e così decidiamo di fare.

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Prima di prepararci per la cena usciamo in strada con Joel. In una bottega locale acquistiamo una bottiglia di birra, delle patatine e insieme aperitiviamo mentre, davanti a noi, una signora con un sacco pieno di abiti in testa, offre jeans a 1 euro al paio.
Prima di rientrare in hotel raggiungiamo il mare per goderci il calar del sole; vicino a noi tre signori giocano a domino, una ragazza balla, alcuni amici bevono e una coppietta si apparta un po’ per godersi, come noi, quella romantica visione.

Siamo stanchi, provati dal lungo viaggio ma mai e poi mai ci potremmo perdere una vera serata di fiesta dominicana.

La scelta del locale per la cena è quasi obbligata; 3 sono i ristorantini del paese ed uno di questi è chiuso. Abbastanza a casaccio optiamo per quello che per primo ci ha colpito: mai decisione più sbagliata!
Il servizio è lentissimo, il cameriere non sembra interessarsene e il granchio in umido che avevamo ordinato….beh, lo definirei più un crumble di granchio tanto erano grossi i pezzi di guscio che la cuoca ci aveva lascito dentro. Ad accompagnarlo le solite banane fritte, ormai motivo di nausea.
Ancora satolli dal pranzo, non proprio leggerissimo, mangiamo qualche forchettata per poi, dopo aver pagato, portare ciò che avevamo lasciato a tre ragazzini di strada che, seduti fuori dal locale, divorano i nostri avanzi.
Sono tre giovani Haitiani che, dopo aver valicato il confine, vivono a Pedernales alla bene e meglio. Hanno poco più di 10 anni ma sembrano ormai già grandi.
Anche Joel fatica a capirli, parlano la lingua di Haiti e stentano con lo spagnolo; mi fanno un complimento, mi definiscono una bella dama e poi, ovviamente, ci chiedono denaro per aver fatto la guardia alla nostra macchina.
Una realtà che ci colpisce, di nuovo, nonostante noi non si sia certo a digiuno dalla povertà visti i nostri precedenti viaggi in Africa.

Siamo in cerca di movimento, di vita, di musica e ben presto la troviamo, nella piazza del paese. Attorno bancarelle e furgoncini vendono cibo  e alcool e un dj, provvisto di casse e pc portatile, movimenta la situazione con salsa, bachata e merengue.
Joel acquista per noi una bottiglia di Ron Blanco, della Cola e tutti insieme ce la scoliamo in piazza. Chiacchieriamo e balliamo con gli altri paesani; non solo adulti ma anche tanti bambini che fino a tarda sera si scatenano al ritmo del Caribe.
La testa ne risente un po’ ma tutto ciò non fa che rendere ancor più allegra l’atmosfera.

Dopo qualche difficoltà nel ritrovare l’albergo e qualche giro a vuoto in auto tra le mucche che ci attraversano la strada, ci sistemiamo finalmente a letto. La giornata e finita, siamo felici e soddisfatti e, nonostante la nostra pelle e il mio spagnolo traballante, a questo punto ci sentiamo un pochino dominicani anche noi.

Federica, 26 anni, friulana ma vivo a Milano. Laureata in Scienze e Tecniche del Turismo Culturale. Travel addicted per nascita e travel blogger per passione, sono alla continua ricerca di nuove esperienze ed avventure da condividere.

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