Mal d’Africa: amici dal Kenya

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Non passa molto tempo prima che gli  assillanti Beach Boys, che ci “aggrediscono” ogni qualvolta si poggi piede sulla spiaggia, diventino per noi dei simpatici compagni di avventura; siamo ben consapevoli che dietro ad ogni loro saluto, dietro ad ogni favore e cortesia ci sta sempre quel briciolo di interesse pecuniario, quell’aspettarsi un rendiconto da noi ma, in fin dei conti, tutto il mondo è paese e c’è perciò ben poco di cui stupirsi.

Incontriamo, già dopo due giorno dal nostro arrivo in Kenya, due ragazzi del posto, poco più grandi di noi: si fanno chiamare Bob e Leo, dicono di essere cugini…ma chissà! Sono simpatici, accoglienti e i loro sorrisi smaglianti ci catturano. Parlano un italiano davvero buono e, soprattutto, sembrano molto contenti di poterlo mettere in pratica e migliorare.
Come si dice watermellon in italiano?” mi chiedono, mentre camminiamo e pian piano, nel corso delle nostre passeggiate insieme, ci insegnamo a vicenda parole ed espressioni nuove… uno scambio italiano-swahili molto più utile di  qualsiasi dizionario.

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Ci fidiamo subito di Bob e Leo, vediamo nei loro occhi buone intenzioni e percepiamo anche un certo piacere, da parte loro, nel trascorrere del tempo con noi.
Già il primo pomeriggio li seguiamo tra le stradine sterrate di Galu Village, il loro paese natale, che si erge verso l’interno a partire dalla spiaggia. Camminiamo fianco a fianco, su ciottoli e sterpaglie, tra vicoli e casupole di fango e lamiera. Il caldo è asfissiante, è umido, umidissimo, le zanzare ci gironzolano attorno, l’odore delle fogne a volte è pungente ma siamo troppo affascinati, rapiti e incuriositi da ciò che ci circonda per farci troppo caso.
Jamboooo, ci salutano tutti mentre passiamo. Bob ci presenta ai compaesani, ci racconta aneddoti e pettegolezzi di chiuqnue si incontri, ammicando a qualche bella ragazza di passaggio. Leo invece è più pacato, risponde alle nostre domande sulle loro abitudini, sul loro stile di vita…su come funziona la scuola, i servizi, l’acqua, le malattie ecc.Chiediamo tutto ciò che ci passa per la mente, forse esageriamo, ma i nostri amici sono pazienti e cercano di spiegarsi al meglio possibile.

Per le strade i bambini ci guardano incuriositi e ci travolgono letteralmente non appena ci vedono frugare nella borsa in cerca di una caramella. Saltano, gridano, si accavallano e, anche violentemente, ci strappano dalle mani qualsiasi cosa. Abbiamo portato dall’Italia un po’ di tutto: dolciumi, piccoli giocattoli e addirittura vestitini ma mai avremmo pensato che sarebbero stati così palesemente graditi.

Bob e Leo ci tengono a portarci a casa loro. Raccogliamo delle bacche lungo la strada e Bob si rinfresca pompando l’acqua da un pozzo.
La loro abitazione è un po’ isolata rispetto al resto del paese, si trova su una collinetta e non c’è un vero e proprio sentiero per raggiungerla. Inizia a gocciolare e l’umidità è sempre più pesante.
Ci accorgiamo di essere arrivati quando veniamo accolti da un gruppo di bimbi festosi: sono tutti cugini o fratelli, di ogni età e sono così esaltati dalla nostra presenza che non ci staccano gli occhi di dosso.
Stringiamo la mano a mamme, nonne, zie e, con una certa soggezione, ci presentiamo anche al papà che, dopo una prima incertezza, ci regala anche lui un grande sorriso.

La pioggia si fa sempre più forte e così siamo costretti ad entrare a ripararci.
La padrona di casa, quasi emozionata, ci mostra l’interno: tre stanze spoglie ma stranamente in muratura, pulite ma davvero desolanti. C’è un divano, qualche sedie, delle stuoie a terra e delle zanzariere alle finestre.
Poi, in quello che pare il salotto, ecco il pezzo forte che tutta la famiglia, con orgoglio, non vede l’ora di mostrarci: una grande tv con lettore dvd!
Aspettando che il temporale si esaurisca, ci mostrano un susseguirsi di video musicali  in cui, cantanti kenyoti immersi nello sfarzo e nel lusso, si esibiscono in canzoni pop-rap. Grandi macchine, gioielli e belle donne e notiamo negli occhi dei nostri amici un’ammirazione che pare quasi venerazione; un mondo che probabilmente sognano, una realtà così lontana dalla loro da sembrargli quasi un miraggio.

Ci mettiamo un po’ a sentirci davvero a nostro agio; solo Bob e Leo parlano italiano e non sappiamo proprio come comunicare con gli altri.
Davanti a noi, seduto sul pavimento, il fratellino di Bob ci si presenta come affetto da una grave malattia. Non riusciamo a farci spiegare davvero cosa lo abbia colpito ma il ragazzino si trascina  a terra, non può camminare e ci dicono stia perdendo man mano anche la prensilità delle mani.
Loro non si scompongono ma noi fatichiamo ad ignorare la situazione e l’immagine di un bambino impolverato, che si rotola a terra per muoversi e che fatica incredibilmente anche solo per portarsi della frutta alla bocca.

Questo a parte, l’atmosfera in casa è serena, ci sentiamo ben voluti e tutto ciò ci scalda il cuore.

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A Galu Village ci torniamo nuovamente pochi giorno dopo e, questa volta, per provare molte (ma molte) emozioni in più.
Chiediamo a Bob e Leo di accompagnarci in una scuola così da poter dare al paese e alla sua organizzazione un aiuto concreto.
Non riusciamo nemmeno ad arrivare alla bottega, dove avremmo poi comprato una miriade di quaderni, penne e matite, che i bambini (alcuni già incontarti la volta precedente) ci assalgono. Ci salutano, ci abbracciano, chiedono “pipi” (caramelle in swahili) e schiamazzando chiamando gli altri. Ne vediamo spuntare da ogni casa, ogni strada…Muzungu, muzungu…” gridano; sì perchè qui noi siamo muzungu, stranieri, quelli che portano felicità anche solo con un palloncino.
Immortaliamo il momento con qualche scatto e li vedo stupirsi di fronte a quello che per loro è solo uno sconosciuto trabiccolo; si emozionano riguardando la propria immagine nello schermo della Reflex e non vorrebbero smettere mai di fotografarsi, vanitosi.

La scuola elementare è piccola, di studenti non ce n’è molti – Bob ci spiega che le divise scolastiche  costano tanto e non tutti possono permettersele – ma l’interno è piuttosto carino; banchi e sedie sono in numero sufficiente, sulla parete opposta una grande lavagna e ai muri cartelloni colorati e disegni.
Il solo ricordo di quell’incontro mi riempie di gioia; per noi tanti canti, balli, sorrisoni e sguardi furbetti. Bambini di età diverse, con una preparazione decisamente migliore di quanto pensassi. Contano in inglese per noi, svolgono addizioni e ci mostrano quando sono bravi a leggere…orgogliosi…felici…emozionati.
Ci sediamo tra di loro, li guardiamo ammirati…li si vorrebbe abbracciare tutti, nessuno escluso!

Prima di tornarcene in albergo, così come promesso, passiamo a salutare la famiglia di Bob e Leo. Sono contentissimi di rivederci e ci accolgono a braccia aperte offrendoci un cesto di frutta:un po’ ammacata, un po’ acerba, di certo poco invitante ma…come rifiutarla!
Ci sentiamo un po’ Babbo Natale quando, consegnata la borsa con i nostri piccoli doni, vediamo gli occhi dei bambini brillare; ad ogni giocatollo corrisponde un gridolino, una grande festa.

Ogni sciocchezza diventa una sorpresa e noi…noi ci emozioniamo sempre più, col cuore che batte a mille e un senso di serenità che ci invade da capo a piedi.

Non è facile, al nostro ultimo giorno in Kenya, lasciare qui tutto, tutti: i saluti tra sconosciuti che si incontrano per caso, l’augurio di una buona giornata da parte di chi nemmeno s’è mai visto prima…la gentilezza, la semplicità, il calore.

Ci imbarchiamo sul volo di rientro con tanta nostalgia dentro ma consapevoli di portarci a casa un bagaglio pieno di ricordi, emozioni e sensazione…volti, sorrisi, AMICI

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Federica, 26 anni, friulana ma vivo a Milano. Laureata in Scienze e Tecniche del Turismo Culturale. Travel addicted per nascita e travel blogger per passione, sono alla continua ricerca di nuove esperienze ed avventure da condividere.

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